Parola del giorno 14 marzo 2013
Sparati!
Imperativo. In bocca magari…
Sparati!
Imperativo. In bocca magari…
Mi tremano le gambine come al solito, e faccio il giro delle telefonate, in ufficio, al babbo (a volte è il mio capo), alla mia dolce, faccio due coccole al gatto, scelgo la vestimenta, e preparo il preparabile.
Ma prima di partire, prima di abbottonare la camicia, chiamo il nonno, che lui ha fatto la faccia nuova per tutta la vita, ed ha il potere di tranquillizzarmi nel profondo. Ogni volta che lo chiamo ha un nuovo aneddoto su una “faccia nuova” che ha incontrato o ha proposto. Così rido e poi posso andare.
Quelle notti in cui hai finito le sigarette, ti senti un po’ giù ma non puoi andare a prendere una bottiglia dalla vetrinetta, no no no. Tanto senza sigarette che senso ha un Bowmore…
Quelle sere che diventano notti in cui sai cosa non devi fare, ma tremi dalla voglia di farlo lo stesso. Fosse anche solo una telefonata.
Quelle notti in cui hai finito il lavoro che in realtà è il secondo lavoro. Il primo, quello dalle 9 alle 18 ricomincia domani alle 9, e sarà noioso.
Quelle notti che comunque non hai sonno, e non ne avrai fino a quando non arriverà quella piccola conferma, quel segno che aspetti, un cenno del capo, un sorriso o una semplice sigaretta caduta dal cielo. Un segno da lassù grazie. Ho anche preso il numerino e aspetto da tanto tempo.
Quelle notti in cui vorresti scrivere, hai già scritto abbastanza, ma non abbastanza, allora scrivi anche qui, che non si sa mai, metti che qualcuno lo legga…
Questa è la terza notte così, e so esattamente perché sono inquieto, stanco e nervoso. So anche come fare perché non accada più. Mai più. Mai.
Devo solo aspettare.
Dormirò domani.
Forse non ho ancora scritto di un componente fondamentale per la descrizione dei fatti futuri. Eugenio è un simpatico nuovo arrivato. È il classico elemento che nel gruppo sta zitto, ed esprime le sue opinioni sugli argomenti comuni come il tempo atmosferico, il tempo che passa, o la crisi finanziaria agitando le braccia molto lentamente, scuotendo i piedi e chiedendo un altro bicchiere d’acqua.
E poi ci sono quelle volte in cui dovrei mettere gli occhiali, ci vedo abbastanza bene, ma certe cose bisogna dirle sollevando gli occhiali dal naso, poi rimetterli a posto, leggere meglio quel pezzetto di pagina, poi toglierli e dire tutta la frase d’un fiato.
…eppure ogni mattina ci provo lo stesso.
Come quella volta dell’audit della qualità di una famosa multinazionale dell’automotive, il responsabile del loro settore qualità, in riunione dopo una mia esposizione del problema (fungevo da capro espiatorio come un Maloussene qualunque) si blocca, mette una mano sulla montatura degli occhiali, guarda verso l’infinito e urla:
toglie con calma gli occhiali e li sbatte sul tavolo da riunioni di cristallo.
Chi è scoppiato a ridere come un cretino???
CHI???
C’è una storia che contiene tutte le storie del nostro Paese: il pasticcio del K2. La scomparsa di un italiano immenso come Walter Bonatti ci obbliga ancora una volta a ripassarla per ricordarci chi eravamo, chi siamo e che cosa non dovremo più essere, se vorremo scalare le pareti ghiacciate del futuro.
Nel 1954 l’Italia è una nazione che arranca verso il benessere e ha fame di personaggi positivi e imprese da sogno. Gli altri popoli ci riconoscono estro individuale, ma non credono nelle nostre capacità di lavoro di squadra. Quando la spedizione guidata dal geologo Ardito Desio decide di assaltare la più alta montagna inviolata del mondo, sono in pochi a scommettere sull’esito vittorioso dell’impresa.
E invece il 31 luglio i giornali annunciano a titoli di scatola la conquista del K2. Non è solo un evento sportivo. E’ lo spot della rinascita. Di colpo l’Italia diventa di moda e si comincia ad associarne il nome a una parolina magica: boom. Desio e i suoi ragazzi tornano in patria accolti come eroi. Le luci della ribalta investono soprattutto l’uomo che per primo ha raggiunto la vetta: Achille Compagnoni. Alpinista di buon livello ma - per restare in tema non una cima. Il vero fuoriclasse della spedizione si chiama Walter Bonatti, però ha solo ventitré anni e nell’Italia di allora (di allora?) il talento e la gioventù fanno paura, specie quando sono riuniti nella stessa persona. Nonostante Bonatti fosse di gran lunga il più fresco e il più forte, Desio ha affidato l’onore dell’ultimo tratto di ascesa a Compagnoni: affidabile, fedele. E i capi italiani di allora (di allora?) tendono a preferire la fedeltà al talento.
L’episodio di mobbing resterebbe confinato al piccolo mondo dei rifugi alpini, se non subentrasse un’altra consuetudine nostrana: quella di farci del male da soli. Vengono alla luce i particolari: Bonatti si è dovuto accontentare del compito gregario di portare le bombole d’ossigeno per Compagnoni all’ultimo campo. Verso sera si è presentato puntuale all’appuntamento, ma Compagnoni non c’era. Senza avvertirlo, aveva spostato il bivacco centocinquanta metri più in alto. Ormai era buio: Bonatti non poteva più raggiungerlo e neanche tornare indietro. Era stato costretto a sopravvivere a una notte non raccontabile, trascorsa in parete a quaranta gradi sotto zero, senza tende né sacchi a pelo. La guida pakistana che era con lui ci aveva rimesso alcune dita delle mani e dei piedi.
Bonatti ha subìto uno sgarbo mortale, ma è un signore. Alla vigilia della spedizione ha firmato un contratto che lo obbliga al silenzio per due anni e non parla. Non ancora. Non prima che un giornalista lo accusi di essersi salvato la vita, in quella notte da streghe, attingendo alle bombole destinate a Compagnoni, il quale lamenta di averle trovate mezze vuote e di essere arrivato in vetta al K2 senza più ossigeno.
L’accusato si indigna e querela. E così la verità taciuta da tutti emerge nelle aule di tribunale. Bonatti non può aver utilizzato l’ossigeno per la semplice ragione che gli mancava la maschera per respirarlo. E Compagnoni, con la decisione scriteriata di spostare l’ultimo campo più in alto, ha messo a repentaglio la vita del collega-rivale per paura che costui lo sorpassasse, arrivando in cima per primo al posto suo. Soltanto Desio difende ancora il proprio pupillo, forse per difendere se stesso. Ma Bonatti adesso pretende tutta la verità. La spedizione del K2 è stata finanziata da soldi pubblici e quindi occorre renderne conto ai contribuenti, sostiene quel moralista romantico.
Gli ci sono voluti cinquantaquattro anni di lotte e di magoni prima che nel 2008 il Cai (Club Alpino Italiano) cancellasse dai libri sacri della montagna la versione di Desio e vi iscrivesse la sua. Bonatti ha passato la vita a combattere contro un’ingiustizia palese, ma nemmeno l’ingratitudine di tanti ha potuto impedirgli di realizzare i suoi sogni di alpinista, di uomo d’avventura, di uomo. Ed è stato tutto questo, e molto altro, a renderlo così poco e così meravigliosamente italiano.
Non si sale per la gloria, per il piacere o per la patria.
Si arriva in cima per se stessi e per la montagna.
[Diceva mio nonno, ma credo sia una citazione di non so chi]
E quando arrivi in punta, ti giri indietro e guardi sulla carta una via aperta da Bonatti, senti sbraitare: «Cazzo, ma quella è impossibile, l’ho vista quella parete là, xè un toco de lavagna, dio mona! Se te la giri i ga anca i quadreti…» con le lacrime agli occhi.
In due giorni non ho avuto il coraggio di scrivere nulla su Bonatti, su quello che mi raccontano mio nonno e mio padre di lui. Lasciando uno spazio bianco sul taccuino.
Ma guardo a nord, sbircio, il Cervino, le Gran Jorasses. Il Bianco non lo vedo, ma so che è lì. Anche loro hanno perso una guida, un compagno ed un amico.
Con queste parole si lasciò morire, come una lumaca nel sale, una lumaca grossa, grassa ed opportunista.
During a phone call…
Durante una telefonata…
No, dai, è una schifezza ed ha già 20 like, c’è gente che laika fuckyeahmoleskines a caso, vero?
Le foglie di ginko (spero lo sia) le ho raccolte al parco del Valentino in un giorno triste ma…
Quelle due righe descrivono le mie giornate nelle due settimane appena passate e lo faranno per le prossime sei. Poi forse potrò ricominciare a pensare un po’ a me, e a quello che ho lasciato indietro.