e disegni meglio di come vivi
o almeno è quello che pensi, il tratto, le espressioni, le decidi tu. ti circondi dei tuoi personaggi, come se fossi in grado di definirne tutte le sfumature da sola, o come se avessi la presunzione che loro possano fare quello che vuoi tu. solo quello che vuoi tu.
il tratto è un gatto magro, curioso ed un poco antipatico. gonfia il pelo quando non va nella direzione che vorresti, ti si acciambella al ventre facendo le fusa. quando lo ignori per troppo tempo e ti spinge la mano sul foglio con la zampina pungente. vuole giocare. allora prendi la matita e lui la insegue lasciando tracce con la coda. lasciando nette strade d’inchiostro leggere o spesse, tremolanti e con le orecchie basse, in caccia.
ma tu soddisfi sempre la sua curiosità vero?
le tinte non sono il tuo forte vero? li stendi e coccoli come piccoli coniglietti pacioccosi. uno per ogni colore che riesci ad immaginare. rispondono al tuo comando, ma loro giocano sempre. sfregando la codina batuffolosa dove vuoi tu, ma non come vuoi tu, ballando sul foglio e trascinando il sederino per tutto il disegno. lasciano pezzi di arcobaleno quando si tengono per mano e lunghe pennellate soffici quando giocano a rincorrersi per tutto lo spazio bianco.
ma tu nutri sempre i loro bisogni?
l’austera macchina calcolatrice dà il colpo finale alle tue fantasie, oh si. le trasforma in stati d’animo. ma la macchina non prova niente e traspare dalla mancanza di spessore. la macchina non ti capisce, è un cane pastore silenzioso e solitario, che caccia, lavora, rincorre, tira, spinge, ma non ti conosce. non può conoscerti. è cieco e sordo alle tue necessità. lo devi guidare con la mano. lui è felice a modo suo. nel suo modo rantolante e macchinoso.
ma tu lo curi come bisogna fare con un amico?
ecco, ora però smetti di disegnare. smetti di sognare. torna a vivere. poi dopo puoi disegnare cosa hai vissuto. anche se faceva schifo. no, da soli non si sta meglio. smetti di ripetertelo. smetti di disegnarlo. vivi. anche se fa male. vivi